Calcolo interessi bancari

La capitalizzazione periodica degli interessi allo scopo di renderli a loro volta produttori di frutti civili, è questione da sempre dibattuta nel calcolo degli interessi bancari per le contrapposte esigenze che vi sono sottese

Calcolo interessi bancari

La capitalizzazione periodica degli interessi allo scopo di renderli a loro volta produttori di frutti civili, è questione da sempre dibattuta nel calcolo degli interessi bancari per le contrapposte esigenze che vi sono sottese:

- da un lato, anche gli interessi scaduti rappresentano una somma di denaro in ordine alla quale vale la stessa presunzione di reimpiego che giustifica la decorrenza degli interessi sul capitale;

- dall’altro, c’è sempre il rischio della trasformazione dell’anatocismo bancario in uno strumento di usura difficilmente decifrabile.

In materia di anatocismo bancario, sono state alcune pronunce della Corte di Cassazione del 1999 a dare l’avvio ad una vera e propria rivoluzione.

Fino a quel momento, il quadro normativo di riferimento era rappresentato dall’art.1283 cc..

Tale norma, di carattere imperativo e di natura eccezionale, consente l’anatocismo solo in presenza di determinate condizioni:

- deve trattarsi di interessi scaduti da almeno sei mesi;

- occorre la proposizione di una domanda giudiziale o la stipulazione di una convenzione successiva alla scadenza degli interessi.

Le finalità di questa norma sono state individuate:

1)  nella esigenza di prevenire il pericolo di fenomeni usurari (si era rilevato, infatti, che una somma di denaro concessa a mutuo al tasso annuo del 5% si raddoppia in venti anni, mentre con la capitalizzazione degli interessi la stessa somma si raddoppia in quattordici anni);

2) nell’intento di consentire al debitore di rendersi conto del rischio dei maggiori costi che comporta il protrarsi dell’inadempimento;

3) nel consentire al debitore di fare il calcolo interessi bancari, al momento di sottoscrivere l’apposita convenzione, l’esatto ammontare del suo debito.

La norma ammette la possibilità di deroga da parte di usi contrari.

Deve, comunque, trattarsi di veri e propri usi normativi, fonti del diritto secondo gli att. 1 e 8 delle disp. sulla legge in gen.le.

Gli usi normativi consistono nella ripetizione generale, uniforme, costante, frequente e pubblica di un determinato comportamento (usus) accompagnato dalla convinzione che si tratti di comportamento giuridicamente obbligatorio e cioè conforme ad una norma che già esiste o che si ritiene che debba fare parte dell’ordinamento (opinio juris ac necessitatis).

Non deve trattarsi, invece, di usi negoziali (disciplinati dall’art.1340 cc e che consistono nella semplice reiterazione di comportamenti ad opera delle parti di un rapporto contrattuale, indipendentemente non solo dell’elemento psicologico ma anche del requisito della generalità).

L’efficacia d tali ultimi usi è limitata alla creazione di un precetto del regolamento contrattuale, che si inserisce nel contratto salvo diversa volontà delle parti.

E non deve trattarsi nemmeno di usi interpretativi (disciplinati dall’art.1368 cc e che consistono nelle pratiche generalmente seguite nel luogo in cui si è concluso il contratto o ha sede l’impresa).